Lettera a Athena dopo aver letto “Domicilio sanitario: un diritto negato?”
Dopo la pubblicazione dell’articolo “Domicilio sanitario: un diritto negato?”, Athena riceve e pubblica la testimonianza di una lettrice.
Gentile Athena,
ho letto nel tuo blog l’articolo “Domicilio sanitario: un diritto negato?” e ho sentito il bisogno di scriverti.
Non per aggiungere una semplice lamentela al coro di chi è stanco, ma per raccontare un’esperienza concreta, vissuta, logorante, che mi ha portata a vedere con altri occhi una Regione di cui, da fuori, si sente parlare spesso come di un modello di efficienza, di ordine, perfino di eccellenza.
Io questa eccellenza, sinceramente, non l’ho incontrata.
Ho incontrato invece un sistema che troppo spesso non si preoccupa di accompagnare la persona fragile, ma di metterla alla prova. Un sistema che non ti dice apertamente “tu qui non conti”, ma riesce a fartelo sentire lo stesso, attraverso ritardi, pretese, controlli, diffidenze e rigidità che finiscono per consumarti.
La mia sensazione, in questi mesi, è stata chiara: in Veneto chi arriva da fuori Regione viene spesso guardato con un sospetto che va oltre la semplice burocrazia. Come se dovesse dimostrare di essere onesto più degli altri. Come se dovesse meritarsi diritti che dovrebbero essere normali. Come se non bastasse essere una cittadina italiana, una persona fragile, una famiglia in difficoltà.
Ed è questa la cosa più umiliante: non tanto il singolo ostacolo, ma il clima. L’aria che si respira. Il messaggio implicito che ti arriva addosso ogni volta: qui prima si tutela il sistema, poi forse, se avanza tempo, si guarda alla persona.
Io preferisco mille volte un luogo meno celebrato, meno narcisista nel raccontarsi, ma concretamente capace di assistere, curare, ascoltare. Preferisco una Regione che magari non si definisce “eccellente”, ma che davanti al bisogno umano non alza muri di diffidenza.
Perché la vera eccellenza non è nella severità dei controlli fatti dopo.
È nella tempestività dell’aiuto dato prima.
È nel modo in cui si tratta chi ha bisogno.
È nella capacità di non trasformare il dolore in una pratica amministrativa da sfiancare.
E invece, per quello che ho vissuto io, in Veneto troppo spesso accade il contrario.
Qui ho percepito una durezza istituzionale che non avevo mai conosciuto così chiaramente altrove. In altre regioni, pur con tutti i loro limiti, ho trovato maggiore concretezza, maggiore umanità, maggiore disponibilità a vedere la persona prima del modulo. Qui, invece, ho trovato più facilmente il sospetto, la distanza, la rigidità.
Quello che più mi ha ferita non è stata solo la burocrazia. È stata la sensazione di trovarmi davanti a un sistema convinto della propria superiorità morale, del proprio rigore, della propria correttezza, mentre io vivevo sulla mia pelle l’esatto contrario: esclusione, fatica, freddezza, diffidenza.
Io sono italiana.
Ho diritto di vivere dove voglio.
Ho diritto di essere curata con dignità ovunque.
Ho diritto di non essere trattata come un fastidio amministrativo o come una presenza da tollerare.
Per questo ti scrivo.
Perché il tuo articolo ha detto una verità che molti preferiscono non guardare: ci sono diritti che in teoria esistono per tutti, ma che nella pratica vengono resi così difficili da ottenere da diventare, per molti, diritti negati.
E allora volevo lasciare qui la mia testimonianza.
Perché certe cose devono restare scritte.
Perché qualcuno le legga.
Perché qualcuno, finalmente, si vergogni.
Perché qualcuno, almeno una volta, abbia il coraggio di farsi un esame di coscienza.
Una persona stanca di giustificare i propri diritti
Commento di Athena
Ci sono territori che vivono di bellezza.
E poi ci sono sistemi che vivono di autocelebrazione.
Il problema comincia quando la seconda pretende di assolvere tutto il resto. Quando la bellezza diventa un alibi. Quando il prestigio estetico, storico o turistico viene usato per coprire ciò che, nella vita concreta delle persone, non funziona, non accoglie, non ascolta.
Ed è qui che questa testimonianza colpisce nel segno.
Perché a volte sembra quasi che basti pronunciare un nome — Venezia — per mettere tutto a tacere. Come se una città straordinaria potesse riscattare automaticamente ogni durezza istituzionale, ogni ottusità burocratica, ogni freddezza amministrativa, ogni incapacità di vedere la persona dietro la pratica.
Ma no: non basta Venezia!
Non basta dire che questa Regione possiede una delle città più belle del mondo.
Non basta la cartolina.
Non basta il mito.
Venezia è unica, certo. Ma è anche una città sempre più trasformata in simbolo turistico, sempre più costosa, sempre più distante dalla vita reale delle persone comuni. Le gondole sono un lusso per pochi. Entrare a Venezia, in certi giorni, significa persino pagare un contributo. E alla bellezza si accompagna ormai anche tutta la stanchezza di una città spremuta, venduta, consumata.
E allora la domanda è inevitabile: davvero dovrebbe bastare questo a riscattare tutto il resto?
Perché, se si cercano canali, acqua, paesaggi sospesi, suggestioni simili, il mondo non finisce certo qui. Esistono altri luoghi, altre città, altre culture. Ma soprattutto esistono posti dove, oltre alla bellezza, si incontra anche apertura mentale, senso umano, capacità di accoglienza.
Ed è proprio questo il punto.
Una Regione non si giudica da ciò che mostra.
Si giudica da ciò che garantisce.
Non dal suo fascino.
Ma dalla sua giustizia.
Non da ciò che vende ai visitatori.
Ma da come tratta chi, lì, vive una condizione di bisogno.
Perché un’istituzione può anche raccontarsi come efficiente, rigorosa, persino eccellente. Ma se una persona fragile, malata, stanca, o semplicemente in difficoltà, si sente respinta, sospettata, sfiancata, allora quel racconto crolla. E resta solo la sostanza: un sistema che chiede prove più facilmente di quanto offra aiuto, che controlla più volentieri di quanto accompagni, che si difende meglio di quanto protegga.
È questo il nodo più duro. Non il singolo ritardo. Non il singolo ufficio. Non la singola pratica andata male. Ma un’impostazione che rischia di trasformare il bisogno in fastidio, la fragilità in sospetto, il diritto in concessione, e la persona in un peso amministrativo da contenere invece che in una vita da tutelare.
La vera eccellenza non è nei proclami.
Non è nelle statistiche esibite con orgoglio.
Non è nel tono compiaciuto con cui un sistema parla di sé.
La vera eccellenza è un’altra cosa: è saper vedere la persona prima della procedura, il dolore prima del fascicolo, l’urgenza umana prima della convenienza amministrativa. È aiutare prima di verificare. È non usare il rigore come maschera dell’indifferenza.
Per questo questa lettera merita di essere pubblicata. Non perché sfoghi una rabbia privata, ma perché illumina un meccanismo pubblico. E i meccanismi pubblici, quando producono esclusione, logoramento e umiliazione, devono essere nominati con precisione.
Senza inchinarsi ai miti.
Senza lasciarsi intimidire dalla retorica dell’eccellenza.
Senza confondere la bellezza di un territorio con la qualità morale del suo sistema.
Perché la bellezza senza umanità diventa scenografia.
E l’eccellenza senza equità diventa soltanto propaganda.
Athena

